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10/03/2026 18:30
Quattro sentenze citate in tribunale. Peccato che non esistessero.
Succede a Siracusa, dove un avvocato del foro di Milano è stato condannato a versare duemila euro alla Cassa delle ammende per aver portato in aula precedenti giurisprudenziali che, dopo le verifiche del giudice, non risultavano da nessuna parte. Né nelle banche dati professionali, né negli archivi ufficiali.
Secondo quanto emerso, quelle citazioni sarebbero state generate con strumenti di intelligenza artificiale, poi inserite negli atti senza controllare se quelle decisioni fossero davvero state pronunciate.
Il giudice è stato molto chiaro: i sistemi di AI non sono archivi giuridici. Producono testi che sembrano credibili, ma lo fanno sulla base di modelli statistici e probabilistici. In altre parole, possono scrivere frasi plausibili… anche inventando riferimenti che non esistono.
Per questo, spiega il tribunale, un professionista del diritto ha il dovere di verificare sempre le fonti, consultando repertori ufficiali e banche dati prima di citare precedenti in un procedimento.
La vicenda nasce da una causa civile legata alle sorti di un immobile, ma il richiamo del giudice va oltre quel singolo caso: usare l’intelligenza artificiale può essere utile nel lavoro quotidiano, ma senza controlli rischia di trasformare un atto legale in un collage di sentenze… mai scritte.