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27/11/2025 17:38
Il reato contestato è impreciso, o tecnicamente, il capo d’imputazione è “indeterminato”. Per questo, all’avvio del dibattimento dopo l’inchiesta sulla presunta frode sul vino alla cantina di Canneto (risalente ormai a quasi 6 anni fa), i difensori degli imputati hanno presentato un’eccezione su cui dovrà decidere il Tribunale.
Altra falsa partenza insomma, per il processo che vede alla sbarra una decina di persone, tra ex vertici della cooperativa, tecnici e conferitori, ritenuti compiacenti, mentre la società Cantina di Canneto Pavese risultava allo stesso tempo imputata e parte civile. Si torna in aula in aprile.
Durante il blitz del gennaio 2020, gli investigatori, dopo le verifiche in cantina, registrarono un ammanco di vino di un milione e 600mila litri di vino.
Era la prova, secondo la pubblica accusa, che quel prodotto esisteva solo sulla carta e che il vuoto veniva riempito con prodotto scadente e a poco prezzo ma venduto per vino di ottima qualità, a indicazione geografica o persino biologico.
Le accuse mosse erano in sostanza quelle di frode in commercio e contraffazione, ma per alcuni era stata contestata anche l’associazione a delinquere.
Diverse posizioni di agricoltori che portavano l’uva, sono state stralciate durante l’udienza preliminare con la formula della “particolare tenuità del fatto”, mentre altri agricoltori hanno chiesto di poter fare lavori socialmente utili: la loro colpa sarebbe quella di avere “taroccato" le bolle di consegna, dichiarando di avere portato più uva del reale (o di tipo diverso), consentendo così alla cantina di “barare” producendo vino a indicazione geografica o biologico da uve di diversa provenienza.